“l’attesa”

(A mente nuda)

luna grande

Viene controvento
annusa l’aria
dirupa dall’alto
nel cavo dei fili d’erba
il sussurro di buio feroce

(Ti aspetto)

Spesso mi trovo a strappare immagini dai muri vecchi e sento le gambe più agili, e i pensieri non vanno in ebollizione se non sono bruciate a fuoco lento, li ammucchio nel registro dei progetti danneggiando involontariamente il fegato il cuore e la coliciste.

Aspetto, si fa tardi, diventi eterna.

Avventato a sperare che la notte giungesse di fuoco, apro la trachea all’aria dritta che tira fresca nei gangli vuoti dei polmoni da spaccare il tempo in minutissimi attimi.

Ah, l’aria come sazia!
Quando il fumo brucia negli occhi. Mi dileguo a marcia indietro quando penso al futuro remoto, alzo bene la testa e metto gli occhi in formulato “atroci”; Mi riesce bene distrarre i pregiudizi e a non distrarmi alle curve e alle impennate delle passioni eterne. Ho il sentimento greve, d’estate, lo lancio con forza e a braccia tese, unite come in un addio, più lontano possibile nel deserto cielo stellato, e puntualmente ritorna in terra come una saetta imprecisa nei bui di San Lorenzo. Ritorna per dare luce alle tenebre, al cuore incanto, pianto agli occhi. Mi rinfranco però, quando penso di non essere un moscerino, e di non seguire con il caldo gli angoli remoti della stanza e creare un nuovo cielo a balzi sereni e corti. Dubito che le mie gambe reggerebbero ai salti nel vuoto e agli atterraggi sonnambolici di scricchiolanti ricordi. Mi sono perso. Ho appreso da passanti che sono morto di noia un’ora fa, io che mi credevo immortale e non smarribile nelle nebbie dense che a volte avvolgono la strada fino a farla sparire nel campo arato. Odio smarrirmi, specialmente all’improvviso senza preavviso. Libero sì ma con contegno, il mondo gira anche senza stravaganze eccessive da mostrare. Mi attrae la gente di altri mondi che non sanno parlare, e che non danno giudizi spesso lapidari, ma osservano; tanto da rimanere stupefatti fino all’ultimo minuto del tuo passaggio spregiudicato e incosciente per la tua età.
Mi distraggo e ti lascio passare facendo caso alle tue mani se si chiudono e si aprono al mio segno di ciao; ridere ti dona giovinezza e spensieratezza e sottrae alla tua memoria selettiva una manciata di malumore e ti fa vivere le tue storie come sospese, mai del tutto finite. Ti ho aspettata senza aspettarmi nulla nel frattempo. Ti ho intravista saltellare aldilà dell’amore, infiacchita dall’età con un sorriso di comodo per meglio apparire andandotene, e per sentirmi dire “ Non temere, torno.” Intanto apre una luna di allargati ventagli, più in la, e fa ondeggiare bianchi cani, nel tremolio delle spighe che scambiano velette di papavere. Mi impongo da questo momento in poi di non attendere con trepidazione, mi farebbe soffrire e involontariamente farmi provare nostalgia e dolore, aspetto paziente e basta! La vedrò di certo arrivare.
La vedrò arrivare tra ginestre e rovi , come ieri sera, tra veli e vento lieve passante tra il canneto e il pioppo, che di solito non trattiene l’agitazione. Mi pare di vedere nell’aria, passi lenti di avamposti di tortore nella piana, è un’annata affollata di migratori, ci tocca trebbiare anche in collina sotto i loro occhi, sperando di avere l’aia ampiamente ventilata per separare bene la crusca dal grano.

Eccola.

Arriva, si invola, si annida veloce nell’inguardabile segreto della terra con il vento caldo sui dorsali del colle. Arriva sempre prima che il tramonto si spalmi definitivamente nel silenzio dell’acqua e il gufo spalanchi la bocca e rida forte. Arriva da zero a cento in un momento come un’età indicativa!
La sera.

Carlo Colombo Calabria

(luna di trebbia) 2014

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