“La provincia dell’imperfetto“

affacciata tropea

“ La provincia dell’imperfetto “
Premessa doverosa : Invece io sono Carlo Colombo Calabria un buon conoscente di me,
non del tutto e mi identifico spiazzandomi in quella provincia imperfetta dell’essere
che mi accompagna come padre e madre quando da un paio d’anni di vita si è trasferito
nel mio corpo come schema strutturale delle ossa quasi ad incorniciare la visione della
realtà trasferita dallo sguardo insidioso dei miei occhi sulle cose:
“ Lui …il mio Io”.

Per inquadrarmi, quindi,
non ho bisogno di chiedermi quanto tempo devo ascoltarmi per conoscermi , ma rinuncio
da subito a capirmi del tutto, mi rifilo silenzioso sul bordo del mio desiderio e mi
ascolto nel confine limitrofo, rubandomi l’anima e, nel mescolarla fra le mani per
renderla sincera, la osservo nel suo lato più scuro, dove il figlio di Dio diventa più uomo.

La risposta sincera sarebbe: “Cosa giova conoscermi?” mi allungo per terra per
riflettere , e osservando un l’albero da busto corto e dalla chioma enorme
– mi convinco – non m’interessa come si chiama, e lui oltretutto è abbastanza
introverso come un sasso , per pensare di chiedergli da che razza discende e da
quale profondo della terra ha sviluppato gli artigli. A volte sfoglia e gli basta.
E nel riflettere insidio nel vuoto delle viscere regalandomi la gioia nel desiderio
di essere il terzo apostolo. Campo largo nel guardare bene l’aria, che ingoio e
respiro a sorsi , la scelgo rarefatta per non morire di soffocamento lento.
Mi piace sopravvivere gradatamente a minuti secondi e organizzo e mi abituo a
centellinare meglio gli ultimi fili dei secondi prima di andare a dormire.
Ah! che letizia il silenzio del sonno. Una scala per scendere oltre l’ultimo piano,
un ingresso sottilissimo che si sfoga appena in un filo di luce, intasato da una
enorme nuvola di lucciole, dicono che sono i sogni nati scalzi. Sono gli ospiti
del cielo nel silenzio del sonno.
Mi ripetono a turno tutte sfiorandole : “ buon sonno, buon sonno” Certe notti
mi impegna l’orchestrare di certe cadute libere con il contributo “ ideale”
di Santa Liberata , che non si formalizza ad aprire i sette cieli.
Nel dormire mi conviene sdraiarmi su un lato, così posso ammirare una folla
immensa di pensieri che transitano notte tempo dalla mia rete neurale alla mia
coscienza, recalcitrano di fronte alla proposta
di felicità condivisa, e io mi diverto spingerli uno a uno nel vuoto sussurrandogli
prima “ sii felice”
Ah! Quanto bene ho fatto, specialmente ai tenebrosi , quando nel guardare in
alto alla finestra si intravvedeva ad un angolo l’angelo perduto che cantava.
Il mio sonno ha un affettuoso senso di ospitalità, verso di me! una calma perenne
che mi vorrebbe vuoto di forze centrifughe e di resistenze smantellate, mentre
io mostro la mia croce spezzata sulla schiena, lui è prontissimo a rattopparla
con le maniche della mia camicia bianca sbottonata per dare senso di una
ospitalità rasserenante ai miei pensieri più deboli.
Nelle mie notti ideali invito sogni inverosimili, autori di scritti malinconici,
protagonisti di progetti corrosi che fanno credere che ne valga la pena chiedergli
il confine del possibile. Ne invito altri di altre sudditanze e ne escono fuori
teoremi e tesi di altri mondi inafferrabili. Ma i migliori commensali sono i sogni
egocentrici che hanno sempre l’idea stilistica di rendere la propria indole
accondiscendente e cordiale verso gli altri di altri mondi. Verso una certa ora
di notte mi ascolto di nuovo silenziosamente, e in molte occasioni sembro dormire
“ sembro” a volte mi riposo, è troppo duro distillare una briciola di sonno sereno.
Già dimenticavo, Il giorno varca tranquillo le ultime leghe ed è stato un prodigio
nel calcolo dell’inverosimile applicando i flussi del misterioso che accade,
come cofondatore, del divino divenire.
Mi chiamo, a una data ora, Carlo! Non mi sveglio mai. Per non dimenticare
la mia voce mi disegno a schizzi come un grillo, inciso sulla roccia che mi
conduce sicuro verso il giorno, se verrà!
Ah! Quante volte ho temuto di non sentirmi e di non vedermi . Sono sempre i diavoli
a uscire per primi alle primi luci dell’alba e poi a coppia di due gli angeli
della solitudine che prendono la forma di signori delle occasioni propizie.
I tempi sono in debito di ore , adesso che avanza l’aria bianca fresca di vanità,
e lo scrupolo ha deciso già di liberare il suo primo capolavoro di pentimento.
Ed è una festa, perché i minuti di scuro finiti, si contano a uno a uno, malgrado
la lentezza tipica degli ultimi, che dopo aver fieramente costruito l’avvenire,
vorrebbero dimostrare che la loro non è indifferenza : solo indole del divenire.
Storia vecchia portata con grande dignità dalle mie caviglie affusolate nel miglior
modo saltando fossi e covando imprevedibili febbri.
E’ giorno, e mi chiamo fuori dal vinto bisogno di canticchiare in francese
“le temps du silence est mort”
E vivere di nuovo è un ultimo sogno rimasto inascoltato, un nuovo progetto
da non poter spiegare come un teorema appena rilegato, ma da vivere in
quella provincia dell’imperfetto che si chiama apparenza del mio esistere,
del mio sognare, e del suo incomprensibile silenzio.

Carlo Colombo Calabria
A Tropea
nelle ore del sole sui muri
di una mattina indefinibile

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